La chiesa, sulla base della sua posizione sulla carta del Dupérac, dove è definita con il nome di “Blasy de Annulo”, potrebbe essere collocata alla fine dell’isolato tra via dei Chiavari e via del Monte della Farina, con la facciata della chiesa su via dei Giubbonari. La chiesa di San Biagio, nominata dal V secolo, ebbe molti appellativi: dell’Oliva, de Annulo, de Anulo, del Crocifisso ed altri. L’appellativo più recente (1430-1448) di “anulo” si è detto che potrebbe derivare dall’anello del vescovo martire San Biagio. Della reliquia che avrebbe potuto essere conservata nella chiesa, non si è mai trovata traccia. Forse potrebbe prendere questo appellativo dalla reliquia di una vertebra (a forma di anello) dello stesso vescovo che si conservava nella chiesa di San Biagio e che oggi si trova a San Carlo ai Catinari. La chiesa è nominata, per la prima volta come parrocchia tra quelle dipendenti da San Lorenzo e Damaso, nel “privilegio” di Urbano VIII per San Lorenzo e Damaso del 14 febbraio 1186. Le sue dimensioni furono modeste a tre navate, non absidate, con cinque altari e un campanile (relazione della visita apostolica effettuata a San Biagio nel 1564). Nel 1575, Gregorio XIII (Ugo Boncompagni – 1572-1585) concedette San Biagio ai padri Barnabiti (recentemente -1579- riformati dal cardinale Carlo Borromeo) che si trovarono in condizioni assai precarie dato lo stato miserevole in cui si trovava il complesso. Per loro sostentamento, Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini – 1592-1605) concesse i beni e le risorse della vecchia parrocchia di San Biagio che accrebbe con l’estensione territoriale della parrocchia, facendovi accorpare il territorio e le anime delle soppresse parrocchie di S. Nicola de Molinis o dei Cavaglieri (poi S. Elena dei credenzieri), di S. Martino de Panarella, altrimenti detto S. Martinello, e parzialmente di quella di S. Barbara. Sisto V (Felce Peretti – 1585-1590) eresse la chiesa a titolo cardinalizio presbiterale nel 1587. I Barnabiti si posero subito il problema dell’ampliamento della vecchia chiesa con la costruzione di una nuova e, per questo, iniziarono una politica di acquisti di terreni adiacenti la chiesa, lungo via del Crocifisso (oggi via dei Chiavari) e di case da reddito nella parte opposta della stessa via prossima alla “via papalis”. Gregorio XIV (Niccolò Sfondrati – 1590-1591) promosse la politica dell’Ordine permettendogli di effettuare gli opportuni acquisti anche di quelli appartenenti “ad ecclesias, hospitalia vel alia pia loca” “pro commoda habitatione et ampliatione ecclesiae”. Nello stesso periodo l’Ordine dei Teatini stava effettuando acquisti, per ragioni analoghe, nelle stesse zone (vedi Piazza di Sant’Andrea della Valle - Chiesa omonima – Sant’Eustachio). Ne nacque un contenzioso assai acceso anche perché la chiesa di San Biagio si trovava all’interno dell’isolato che i Teatini avevano intenzione di acquisire. Si giunse ad un compromesso (1611) tra i due Ordini che prevedeva la permuta del terreno della chiesa di San Biagio e delle case prossime alla “via papalis” in cambio di un vasto terreno, che apparteneva ai Teatini (loro pervenuto dagli Orsini di Toffia), corrispondente all’isolato che oggi contiene la chiesa di “San Biagio e San Carlo ai Catinari”. I Teatini cominciarono a costruire il complesso di Sant’Andrea della Valle nel 1591, mentre i Barnabiti, in base all’accordo, si trattennero nel vecchio complesso di San Biagio fino al 1617. In quell’anno trasferirono tutti i beni mobili, ivi compreso l’archivio, nella nuova chiesa dedicata ai SS Biagio e Carlo che avevano iniziato a costruire nel 1612 (vedi Chiesa dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari – Regola). La vecchia chiesa di San Biagio fu subito sconsacrata e demolita. L’architrave della foto fu, probabilmente, conservato dai Barnabiti e posto su questa porta che si trova nell’isolato di San Carlo ai Catinari acquisito, nel 1611, in seguito al compromesso intervenuto con l’Ordine dei Teatini. (fonte: S. M. Pagano, La chiesa di S. Biagio “de anulo” (già “de oliva “) e il suo archivio, in “Archivio della Società Romana di Storia Patria”, CVII, 1984, pp. 5-50)
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