Anche se tu, figlio, eri felice, i genitori ti devono la tomba e anche se il giorno era tuo, tu al contrario sei stato rapito. Tu sarai sempre nella mia mente. La morte disonesta che ti ha derubato non mi privi di questa [tomba]. Mi sono riflessa in te dopo la mia morte che in te ho vissuto, quanto a te il destino aveva tenuto la misura. Escluso nel bel mezzo della fioritura della tua infanzia, continui il sentiero senza di me e vai lontano per non tornare. Ora la madre, che ti ha dato alla luce, affida il tuo corpo alla tomba, piange lacrime come nessun genitore ha pianto e, sebbene queste considerazioni forniscano un certo conforto, può essere che per una madre, a parte il tuo corpo, l’urna nulla contenga. Per Giovanni Batista Milizi, Patrizio romano che, mentre la sua giovinezza fioriva in forza, carriera e ricchezza, nei primi giorni del suo matrimonio improvvisamente fu strappato via. Lucrezia dei Massimi, sua madre più infelice [questo monumento] ha posto nell’anno della salvezza 1507 il 3 febbraio.
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